Trekking del 75° - CAI - Laveno Mombello

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Trekking del 75°

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Resoconto del Trekking
“Il cuore delle Alpi con le Alpi nel cuore”
27 luglio - 3 agosto 2011


In occasione dell’anniversario di fondazione della Sezione CAI di Laveno Mombello si è pensato di proporre agli associati ed a tutti gli appassionati di montagna un trekking tra le montagne che sono state teatro dell’attività della sezione in questi 75 anni, e che hanno fatto palpitare il cuore degli alpinisti sia per la fatica ma soprattutto per le emozioni che hanno saputo  regalare.

Come nel 2006, per l’anniversario del 70° di fondazione della Sezione, era stato proposto il trekking dal Lago Maggiore alla cima del Monte Bianco, così in questa occasione, ci si è rivolti, con lo stesso spirito, al cuore delle Alpi e più precisamente alle montagne delle Alpi Bernesi.

È nata quindi l’idea del trekking intitolato “Il cuore delle Alpi con le Alpi nel cuore”,  suddiviso in una serie di tappe che via via hanno portato i camminatori, in un crescendo di quota, dalle sponde del Lago Maggiore, attraverso la Val Cannobina, la Val Vigezzo, la Val Antigorio, la Valle del Devero, la Bintall, la valle di Goms, per citare le principali, sino al centro dell’ Aletschgletscher il più esteso ghiacciaio delle Alpi.

L’escursione, che doveva concludersi in 11 giorni, si è chiusa anticipatamente all’ottavo giorno a causa delle avverse condizioni meteorologiche stazionarie in quota che hanno impedito l’ascensione prevista alle cime di oltre 4000 metri della Jungfrau, del Monch e del Finsteraarhorn.

Un’esperienza comunque significativa per l’occasione, che ha accomunato complessivamente una quindicina di appassionati, tra i quali uno zoccolo duro di 5 camminatori che hanno effettuato l’intero percorso, mentre i restanti si sono accompagnati a loro nelle diverse tappe.

Ecco la sintesi delle giornate di cammino, dal diario di Andrea Savini animatore dell’iniziativa.


Oggebbio - Alpe Archia

Alla partenza prevista per il giorno 27 luglio, sul molo di attracco del battello a Porto Valtravaglia si trovano Savini Andrea, Costa Emilio, Danielli Federico, Hospital Peere, Ielmini Ercole e Petoletti Leonardo. Savini e Danielli hanno già percorso, per arrivare a Portovaltravaglia, i 12 chilometri che li separano dal centro della Valcuvia, con i fratelli Maffenini Angelo e Giovanni oltre a Sesso Darico, arrivando con largo anticipo, sotto un primo acquazzone al molo. Fortunatamente è presente un ampio tendone che permette di effettuare un primo cambio dei vestiti bagnati oltre ad un’ultima revisione del contenuto degli zaini.
La traversata  da Portovaltravaglia ad Oggebbio con l’aliscafo è breve e lo sbarco avviene  sulla sponda piemontese con un clima dalle parvenze autunnali. Vengono subito aperti gli ombrelli ed inizia il cammino, prima tra le vie del paese, fino a Quartino e poi nel bosco. La pioggia non accenna a diminuire aumentando di intensità e solo il relativo riparo nel fitto bosco ne attenua in parte, gli effetti. A Manegra, al riparo di una cappellina votiva, viene effettuata la prima sosta. Il percorso prosegue da Manegra a Piancavallo seguendo il tracciato prima di una sentiero recentemente allargato e poi di alcune strade forestali. L’ attenzione dei camminatori si focalizza sui funghi che si iniziano a trovare lungo il percorso e così si attenua il disagio della pioggia. All’Ospedale di Piancavallo un breve ma cordiale saluto da parte della socia Stefania Pavesi, medico nella struttura ospedaliera, che incontra i camminatori nella portineria.
E via in direzione de Il Colle seguendo la strada asfaltata. La previsione era di raggiungere il Monte Morissolino e di visitarne le fortificazioni della Linea Cadorna, ma l’ inclemenza del tempo non stimola allungamenti del percorso, già di per sé molto lungo. Nel tratto di strada pianeggiante in prossimità di pian d’Arla, cessata la pioggia, in direzione sud si intravede uno spiraglio di cielo azzurro che fa ben sperare per l’ indomani. L’arrivo all’Alpe Archia è salutato da Piercarla e Renzo Arioli che hanno raggiunto l’alpeggio con l’auto per portare del materiale occorrente nei giorni successivi. Dopo il cambio dei vestiti bagnati, messi ad asciugare davanti al camino acceso, e la sistemazione nella camerata, ora ci si può rilassare. La prima tappa è compiuta, e nonostante la pioggia patita, giocando a carte, davanti ad un buon bicchiere di vino, il morale si mantiene alto e dopo un’ultima consultazione delle cartine ed un consiglio da parte degli alpigiani, individuato il miglior percorso da seguire all’ indomani, finalmente il riposo.


Alpe Archia - Craveggia

Un raggio di sole splendente, entrato dalla finestra del rifugio, illumina tutta la camerata nel basso sottotetto, svegliandoci prima del trillo delle suonerie impostate su orologi e telefoni, e lo accogliamo con gioia. È segno di una giornata limpida, e ci mette di buon umore soprattutto per affrontare la seconda tappa, che si prospetta molto lunga.
Dopo la colazione e le foto di rito, ci avviamo in direzione del Passo di Folungo, in modo da attraversare la valle sulla testata e discendere direttamente  a Falmenta. Dal passo scorgiamo nella limpida luce del mattino, le montagne della Valcuvia: il monte Colonna, il Monte Nudo, i  Pizzoni di Laveno, il Sasso del Ferro. La discesa non è diretta come si pensava, ma l’aggiramento di diverse vallette ci obbliga a continui saliscendi su un sentiero impervio. Solo al raggiungimento dell’alpeggio di Ortighedo si inizia a perdere significativamente dislivello attraversando spettacolari faggete, in cui, a differenza del giorno precedente, non notiamo funghi. Raggiunta la strada tra Falmenta e Crealla, Ercole ci lascia, per rientrare a casa e quindi proseguiamo in cinque. Dal ponte sul torrente seguiamo la strada asfaltata fino a Falmenta e, raggiunto il paese, riprendiamo il sentiero che ci porta a Mergugna, piccolo nucleo di baite sopra al paese di Gurro. Si sosta per una pausa dopo le prime cinque ore di cammino e alzando lo sguardo al cielo si scorgono delle nuvole temporalesche sulle Rocce del Gridone. Il brontolio di un tuono lontano saluta la ripresa del cammino, sul sentiero in direzione di Finero, ma la percezione del temporale lontano non preoccupa. Solo nell’alpeggio di Piazza, quando si sentono le prime gocce cadere, ci si organizza con ombrelli e mantelle per affrontare nuovamente la pioggia. Fortunatamente il temporale prende un’altra direzione e nel momento di maggiore intensità il fitto bosco ci protegge dall’acqua. Ancora una discesa sino al ponte sul torrente Cannobino e poi la salita che ci porta prima a Provola e poi a Finero. In paese, dopo la sosta per una birra fresca, la decisione di raggiungere Craveggia lungo la strada asfaltata anziché affrontare altri sentieri in salita; dato anche il ritardo sulla tabella di marcia. Si arriva al campeggio in ordine sparso: del resto, il cammino su strada asfaltata a volte risulta più faticoso che la percorrenza dei sentieri.


Craveggia - Rifugio Bonasson

Nella notte  scoppia un altro temporale che, secondo le previsioni, dovrebbe essere l’ultimo, perché il tempo si dovrebbe stabilizzare al bello, e il cielo terso del mattino è di buon auspicio per la terza giornata di cammino. Terminati i preparativi e ormai pronti per partire ecco arrivare Roberto Chiesa che si aggiunge al gruppo per le prossime tre tappe. Si scaricano sulla sua auto le cose ritenute inutili per il giorno successivo, quali ombrelli e mantelline, e si parte. La salita fino ad Arvogno avviene su strada asfaltata in quanto dopo le varie consultazioni serali al campeggio, dall’esito purtroppo contradditorio, si conviene che sia l’alternativa più conveniente per raggiungere l’isolato rifugio Bonasson.
Dopo Arvogno e la discesa sul torrente Melezzo, inizia la lunga salita su sentiero che porta al lago Panelatte. Una sosta prima di proseguire per la Forcola di Larecchio permette di riprendersi dalla lunga salita e purtroppo a dispetto delle previsioni, ancora una volta il cielo si copre. Dopo la discesa all’Alpe Camana, una disattenzione dopo il guado di un torrente fa perdere il sentiero, che viene ritrovato da Leo e Federico rimasti indietro. Dall’Alpe Camana si intuisce che il percorso debba essere in discesa, ma dalla cartina non si ha la percezione del dislivello da perdere prima di arrivare al Torrente Isorno per risalirne la sua valle sul versante destro. Attraversato il torrente arriva la pioggia che fortunatamente non dura molto ed inizia l’ennesima salita su sentiero su cui ci sono evidenti tracce di passaggio di una mandria di mucche. La vista del piccolo rifugio al termine del bosco di abeti è una consolazione per tutti dopo la faticosa giornata in cui sono stati percorsi e saliti circa 1700 metri  di dislivello.
Il rifugio Bonasson non è custodito, e dopo l’alza bandiera, ad indicare l’apertura del ricovero, ci si dedica a quel minimo di riordino necessario per preparare la cena ed il sonno. Viene accesa la stufa a legna e subito cambia la temperatura interna divenendo accettabile per passarvi una notte. Leggendo il libro del rifugio ci si consola vedendo che gli ultimi escursionisti arrivati al rifugio quindici giorni prima di noi avevano impiegato a salire da Arvogno 11 ore, quindi le “sole” 7 ore impiegate dal gruppo sembrano un successo.
Al termine della cena, dei rumori e delle voci provenienti dall’esterno richiamano la nostra attenzione: sono i casari dell’ Alpe Cavegna  posta  circa 100 metri più in alto del rifugio che, vista la nostra presenza, sono scesi per scambiare quattro chiacchiere con noi, prime persone che loro vedono dopo una settimana di alpeggio. Con il racconto della dura vita dell’alpeggio per la preparazione del formaggio, passa un’ora senza che nessuno se ne accorga ed al termine tutti abbiamo la sensazione che quell’esperienza raccontata in prima persona ci abbia arricchito di una  nuova conoscenza.


Rifugio Bonasson - Altoggio

La notte trascorre tranquilla, fatto salvo Federico che si sveglia a spaccare la legna per mantenere la stufa accesa, ed al mattino si è abbastanza riposati per affrontare una nuova giornata che prevede molta discesa e poca salita. Ammainata la bandiera, dopo le foto di rito, si riparte alla volta dell’Alpeggio per salutare  i casari che stanno preparando il formaggio. E’ l’occasione da parte loro di ricambiare l’ospitalità della sera precedente, offrendoci un caffè, con le ultime interessanti spiegazioni sulla produzione del formaggio d’alpeggio.
Salendo alla bocchetta del Lago Gelato attraversiamo il pascolo già occupato dalle mucche che ci guardano incuriosite. Alla bocchetta si sosta brevemente e con un colpo d’occhio al sentiero percorso ed a quello da percorrere, ci si sente fuori, ma proprio fuori, dal mondo. La zona in cui si trova il Lago Gelato, località peraltro mai raggiunta da nessuno del gruppo, è proprio isolata. Percorrendo la traccia di sentiero visibile, sulle montagne in fondo alla valle si individua una traccia che sale ad un passo che si presume sia il Passo della Forcoletta, e così iniziamo la lunga discesa. L’ uscita dall’isolamento è annunciata dallo squillo del telefono dopo oltre 24 ore di silenzio a causa della mancanza di segnale, che aveva iniziato a preoccupare i nostri parenti casa, abituati  d un aggiornamento telefonico serale. Il Lago Matogno è raggiunto in ordine sparso e, dopo breve sosta, si riprende il sentiero che sale leggermente acquistando quota senza passare dal piccolo rifugio sotto il Lago. In questa zona erano già stati Leo e Roberto e quindi considerando la zona conosciuta non viene consultata la cartina, e si prosegue lungo l’evidente sentiero. Raggiunta una cappellina sul colle ci si intrattiene con degli escursionisti, e Leo ricorda di essere già salito diverso tempo fa nello stesso luogo. La discesa è ripida e si perdono centinaia di metri di quota in breve tempo. Giunti ad un cartello segnavia, la spiacevole sorpresa: la direzione presa ci ha portato in una valle diversa rispetto al percorso stabilito. La decisione, dato il tempo trascorso dalla deviazione (per riprendere il sentiero giusto occorrerebbe risalire al lago Matogno) è quella quindi di proseguire e cercare di recuperare più in basso un sentiero che quantomeno ci riporti nella valle Antigorio, anche se non proprio a Crego, meta finale della tappa. Purtroppo la frittata è fatta e l’asprezza dei versanti delle montagne non permette di inventare vie nuove di discesa. Ci si avvia così a valle verso l’abitato di Altoggio dove ci recupera Dario Morganti per portarci a Crego e concludere la giornata con Mariangela Sartorio, Angelo Maffenini e Lella del Vitto.


Crego - Crampiolo

Dato il lungo cammino del giorno precedente e l’aggiunta dei nuovi arrivati, che fa salire a 10 il numero degli escursionisti, si decide di modificare l’ itinerario previsto per seguirne uno meno impegnativo in termini di dislivello. Si parte così percorrendo in discesa il sentiero che porta dal piccolo abitato di Crego sino al ponte di Verampio in prossimità dell’ingresso del secondo orrido di Uriezzo. Percorso l’orrido inizia la salita a Baceno con sosta per una visita alla chiesa parrocchiale: è per tutti una sorpresa trovarsi ad ammirare l’interno riccamente affrescato, segno di una devozione particolare delle popolazioni montane.
Si sale quindi alla frazione di Graglia e proseguendo lungo il sentiero sulla sinistra della valle si raggiunge l’orrido di Croveo. È la prima giornata veramente calda e si apprezza il percorso nell’ombra del bosco. Dopo un breve tratto di strada asfaltata si riprende il sentiero che aggira l’abitato di Goglio e sale a prendere la ripida mulattiera che porta all’Alpe Devero, ormai percorsa da pochi, dopo la realizzazione della strada. Raggiunto l’imbocco della Valle dall’alto del sentiero, lungo la carrabile si vede una fila continua di auto parcheggiate che fa presagire la presenza di tanti turisti e escursionisti. Si decide quindi di fermarsi sul sentiero per effettuare la pausa pranzo in tutta tranquillità prima di affrontare il sovraffollamento dell’Alpe. Ai camminatori che, nelle quattro giornate di trekking, hanno incontrato una quindicina di persone balza all’orecchio un brusio di fondo che contrasta con i silenzi dei giorni precedenti, interrotti a volte solo dai campanacci degli animali al pascolo. Meta finale della giornata è Crampiolo, che visto da lontano sembra un formicaio con il suo andirivieni di persone. Nel tardo pomeriggio via via i turisti della domenica se ne vanno e con loro scendono anche 5 dei nostri.
Sia gli aspetti naturalistici degli orridi e delle marmitte sul fiume, sia gli aspetti culturali che si sono intercalati lungo il percorso, hanno reso molto interessante questa tappa rendendo meno pesante anche il dislivello complessivo in salita di poco inferiore ai 1300 metri.


Crampiolo - Ausserbinn

Al gruppo si aggiunge, di primo mattino, Paolo Ielmini che raggiunge Crampiolo con Andrea Savini (sceso per un impegno la sera precedente), mentre i quattro che hanno pernottato a Crampiolo scalpitano per partire per quella che si preannuncia una tappa molto lunga.
Riunito il gruppo si parte in direzione della diga di Codelago. Tra i vari passi che collegano la Binntall e la valle del Devero si è scelto di passare dall’Albrunpass quello di minor quota e che presenta un punto d’appoggio costituito dalla capanna Bintallhutte. Così facendo si ha modo di percorrere tutta la sponda sinistra del Lago del Devero, e di apprezzare nella salita al passo, gli altopiani in prossimità della Scatta Minoia, passo che collega la valle di Devero alla valle Formazza. Tra i prati sovrastanti il piccolo Lago di Pianboglio, le marmotte corrono indisturbate sino al nostro passaggio. Alla nostra vista si ritirano nelle loro tane e si riesce a vederle solo con i teleobiettivi delle macchine fotografiche. Al passo si sosta con un clima insolitamente freddo, nonostante il sole, e si inizia ad incontrare altri escursionisti. Una seconda sosta alla Capanna per riscaldarci con un the, quattro chiacchiere con un ragazzo italiano e si riprende la discesa della lunga valle. A differenza dei giorni precedenti si ha modo di notare che la valle è molto frequentata e sul sentiero abbiamo modo di scambiare il nostro saluto con un numero consistente di escursionisti. Si attraversa il paese di Fald, imbandierato per la ricorrenza della festa nazionale svizzera- 1° agosto- e si prosegue in parte su sentiero ed in parte su strada asfaltata in direzione di Binn.
Il percorso più corto tra Binn ed Ausserbinn, che è la meta di questa  tappa, è costituito dalla strada asfaltata. Federico e Leo decidono allora di utilizzare i mezzi pubblici per percorrere gli ultimi 5 dei 27 chilometri complessivi della tappa, arrivando così con oltre un’ora di anticipo sul resto del gruppo. Nel tardo pomeriggio ha termine  la quinta tappa e ci sediamo davanti ad una  birra fresca, in attesa del pasto serale. Dopo cena, in occasione della festa nazionale svizzera, vengono sparati fuochi artificiali nei vari paesi e dal nostro balcone privilegiato abbiamo modo di vedere il cielo illuminarsi nelle varie località, gustando una specie di vin brulè  sia nero che bianco offerto dai titolari dell’albergo.


Ausserbinn - Burghutte

La settima tappa si preannuncia riposante, rispetto a quelle precedenti, dati il modesto dislivello e sviluppo. Si parte non tanto presto salendo prima a Binnegga per poi scendere a Fiesch passando da Niederernen, e si percorrono quasi esclusivamente sentieri che intersecano le numerose strade che uniscono i piccoli paesi nella Valle del Goms.
Ormai in prossimità del piazzale della funivia che collega Fiesch e Fiescheralp, il un suono di un clacson annuncia l’arrivo di Adriano Frignati e di Eugenio Mascioni, che intendono percorrere una tappa con il gruppo, mentre i restanti Luigi Maggi, Roberto Chiesa e Giulio Scandolara ci trovano direttamente al piazzale della funivia perla consegna degli zaini con l’attrezzatura alpinistica da utilizzare nei giorni successivi. Per risparmiare un po’ di fatica si decide di fare il cambio dell’ attrezzatura a Fieschertal, ultimo paese raggiungibile in auto e così il tratto di sentiero pedonale lungo il fiume, viene percorso dai soli Andrea, Federico, Paolo, Emilio e Peere con passo lesto senza peso sulle spalle. L’operazione di integrare gli zaini con l’attrezzatura alpinistica comporta la revisione completa degli stessi che vengono svuotati e riempiti nuovamente con l’ovvio risultato di appesantirli con corde, piccozze, ramponi, moschettoni, oltre a vestiario pulito. Ora il gruppo per affrontare le ultime tappe del percorso con l’ascensione alle montagne è quasi al completo e si riparte con meta la capanna Burghutte a quota 1750 metri.  Data la vicinanza della meta si affronta la salita con molta tranquillità ed arrivati alla capanna insolitamente presto rispetto ai giorni precedenti, si ha modo di esplorare i dintorni del rifugio, frequentato principalmente da  arrampicatori che trovano la possibilità di esprimere le proprie capacità sulle numerose placche di granito levigato anticamente dai ghiacciai.
Da una foto nel rifugio si ha modo di constatare quanto fosse più alto lo spessore dei ghiacci solo 80/100 anni fa ed è impressionante l’arretramento del fronte ghiacciato. Per la notte,  il gestore del rifugio ci concede di occupare due camere anziché una sola, data la disponibilità di posti e questo ci consente di riposare meglio.


Burghutte - Ghiacciaio Konkordia

Alla mattina il cielo è coperto, a conferma delle previsioni meteorologiche che annunciavano annuvolamenti con possibilità di temporali pomeridiani, e la cosa pertanto non ci preoccupa. Si parte quindi sullo stretto sentiero che sale aggirando inizialmente delle placche levigate prima di inerpicarsi nella valle. I primi 500 metri di dislivello sino a Marjela vengono percorsi rispettando i tempi indicati sui cartelli direzionali ed arrivati ad un alberghetto possiamo cosi prenderci una pausa per un the, in attesa di Domenico Stalletti e Luca Gamberoni, ultimi ad aggregarsi al gruppo e in arrivo da Fiescheralp raggiunta con la funivia di Fiesch.
Dopo un contatto telefonico con i due, si riparte con l’accordo di ritrovarci a Platta, prima della discesa sul ghiacciaio dell’Aletsch. Infatti, mentre siamo in cammino, li vediamo uscire dalla galleria che attraversa la montagna e venire nella nostra direzione, e, con loro, delle nuvole sempre più minacciose che annunciano pioggia imminente. Uno scroscio di pioggia ci sorprende quasi all’improvviso a Platta mentre ci accingiamo a scendere sul ghiacciaio, ma dura poco e riusciamo ad asciugarci in breve tempo. Raggiunto il ghiacciaio uno spiraglio di cielo azzurro si apre lasciando intravedere la Jungfrau ed il Monch, le mete dei giorni successivi e ci fa ben sperare; ma la speranza dura poco. Il tempo di affrontare l’aggiramento dei primi crepacci ed il superamento di una guida con al seguito numerosi ragazzi, tra l’altro senza ramponi, ed il cielo si chiude ancora una volta sopra di noi, più minaccioso che mai. Un grigiore uniforme che vela le montagne annuncia l’arrivo di una seconda ondata di pioggia, mentre lontano si sente il brontolio del tuono. Il temporale si scatena e questa volta confidando nella brevità della pioggia come in precedenza ci sentiamo pronti. Divisi in quattro cordate non si segue un percorso preciso, ma si aggirano i crepacci trasversali seguendo il proprio istinto e la propria capacità di progressione. La pioggia non accenna diminuire ed il temporale si fa più intenso con anche della grandine. Dopo poco più di un’ora di avanzamento sul ghiacciaio, ci rendiamo conto di aver fatto poca strada e che mancano ancora almeno 4 ore al raggiungimento della Konkordiahutte.
Ci rendiamo conto che il maltempo non permette una progressione in sicurezza sul ghiacciaio,  con il temporale che non accenna a diminuire, e viene così presa la decisione sofferta di fermarci e ritornare a Marjela , per non esporci ulteriormente a pericoli oggettivi. L’ intenzione è quella di fermarsi per un giorno in una località più in basso e di riprendere il giorno successivo l’ascensione.
Raggiunta la Funivia di Fiescheralp, unico posto disponibile per il pernottamento, facciamo la conta degli indumenti asciutti che sono ben pochi. Le previsioni del tempo indicano ancora un peggioramento nei giorni successivi, che difficilmente permetteranno di affrontare le ascensioni previste ed allora la decisione è presa: non essendoci le condizioni meteorologiche necessarie alla salita  riteniamo concluso il trekking e  ritorniamo  a casa.

Il risultato definitivo, al di là delle ascensioni incompiute, è di aver percorso complessivamente circa 150 km dal centro della Valcuvia al ghiacciaio Konkordia con il superamento di oltre 8000 metri di dislivello, e quindi è possibile considerare che la nostra iniziativa abbia comunque avuto successo.

A livello personale la durezza della rinuncia si è dimostrata superiore alla durezza della salita, ma la montagna, maestra di vita, ci ha impartito ancora una volta la propria preziosa lezione. Da imparare, da rispettare e da ricordare.

Andrea Savini

foto di Andrea S. e Leonardo P.
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